LE LEGGI DEL DESIDERIO: GLI ERRORI SUL COACHING DI SILVIO MUCCINO

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L’ultimo film di Silvio Muccino si chiama Le leggi del desiderio: nelle intenzioni del regista, e della sceneggiatrice Carla Vangelista, il protagonista dovrebbe essere un esempio di life coach: dovrebbe appunto, perché, vale la pena dirlo subito, questo Giovanni Canton interpretato da Muccino stesso ha davvero poco del coach, e molto del guru-consulente d’avanspettacolo.

Premessa: nella variegata galassia del life coaching, accanto a professionisti seri che lavorano con metodi basati sull’evidenza, di questi guru se ne incontrano diversi, e fanno un danno d’immagine enorme a tutta la categoria, offrendo peraltro un assist succulento a tutti quelli che per motivi corporativi, o semplice esigenza di dover scrivere qualcosa, dall’attaccare il coaching traggono qualche tipo di vantaggio.

Proprio per evitare di fare come i molti che in questi giorni sono partiti dal film, per parlare senza cognizione di causa della disciplina, di seguito chiarirò punto per punto le macro-differenze tra il “life coach” interpretato da Muccino e un professionista serio.

La storia in breve: Giovanni Canton è un coach di successo, la sua nuova sfida è selezionare 3 aspiranti clienti, con la promessa di cambiare loro la vita, esaudendo il loro desiderio più grande, in 3 mesi. La scelta ricade su Ernesto (Maurizio Mattioli), sessantenne disoccupato, che vorrebbe ancora fare il lavoro che ama, cioè vendere; Luciana (Carla Signoris), una segretaria che lavora in Vaticano e scrive romanzi porno-soft senza provare a pubblicarli; Matilde (Nicole Grimaudo) una ragazza ingenua e imbranata, in cerca d’amore, incastrata in una relazione col suo capo sposato.

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Tutto sommato, sin qui nulla di particolarmente strano, ma è quando inizia il lavoro di Canton con i clienti, che emergono le cantonate (mi chiedo se questa assonanza sia stata cercata da chi ha scritto il film, e se magari se ne è anche compiaciuto) nella messa in scena del lavoro di un coach:

1: L’approccio direttivo: Canton prescrive ai 3 clienti una serie di compiti, spesso contro la loro volontà… niente di più lontano dal lavoro maieutico che fa un vero coach! il quale è invece impegnato a far si, in un contesto fatto di accettazione, ascolto, empatia, che sia il cliente a trovare le migliori soluzioni per se stesso, attraverso un uso attento delle domande, dei feedback, dei silenzi.

2: Il rispecchiamento: Canton spiega al personaggio interpretato da Mattioli, quello impegnato a ri-diventare un venditore, il cosiddetto rispecchiamento, ovvero l’importanza di calibrare il proprio stile comunicativo su quello della persona che hai di fronte. Utilizzato soprattutto dai coach esperti in PNL, viene comunque brutalmente banalizzato nel film, in cui è presentato come un ridicolo scimmiottamento delle movenze altrui (senza contare che a seconda dei casi bisognerebbe parlare di ricalco o rispecchiamento…).

3: Il modellamento: studiato in ambito accademico dalla teoria sociocognitiva, in particolare da Albert Bandura, segue il principio, scientificamente verificato, che possiamo apprendere per imitazione strategie vincenti, copiando quelle delle persone efficaci. Per esempio: un giovane calciatore che voglia diventare un grande difensore, puoi vedere e rivedere le partite di un Nesta, un Thiago Silva, un Benatia, allo scopo di comprenderne le movenze e replicarle. Nel film purtroppo anche il modellamento viene banalizzato, suggerendo implicitamente che chiunque possa modellare, imitare, chiunque. E infatti l’effetto è patetico: l’anziano Ernesto diventa il mostruoso replicante di un incrocio tra Little Tony e il cumenda alla Guido Nicheli. Il vero modellamento si fa invece scegliendo un riferimento in linea con i valori, le caratteristiche, le capacità, e non ultimo il gusto del cliente.

4: Il principio di fondo: Canton sostiene che con la volontà chiunque possa diventare ciò che sogna. Un coach serio non farebbe mai un’affermazione così avventata, bensì direbbe che chiunque può trasformare le proprie potenzialità peculiari in talento, e con ciò ottenere grandi risultati in tutti gli ambiti della propria vita (privata, professionale…): significa che ciascuno di noi ha un potenziale enorme, ma le modalità con cui si può mettere a frutto non sono infinite, bensì incorniciate dalle proprie capacità, dalla propria motivazione, dalla propria concezione di felicità, dai propri universi simbolici di riferimento.

Certo, portare in scena un vero coach forse non era alla portata di chi ha pensato Le leggi del desiderio, o semplicemente non rispondeva a determinate esigenze narrative: con molta amarezza quindi devo constatare che un regista giovane e a tratti persino coraggioso (penso al suo precedente Un altro mondo) ha perso l’occasione di fare un film che partendo da una buona intuizione – mostrare con ottimismo ed happy end la possibilità che le persone hanno di migliorare la propria vita – rendesse giustizia alla professione che, più di ogni altra, mette a disposizione dell’individuo strumenti per crescere, migliorarsi e tirare fuori il meglio di sé.


(questo articolo compare anche sulla webzine The Freak)

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